Il potere dell’immaginazione

Il potere dell' immaginazione

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Spesso ci si chiede quali siano le finalità della cultura e dell’arte, si mette in dubbio il valore del pensiero umanistico poiché non si scorgono in esso dei risvolti immediatamente traducibili nella vita attiva, lo si considera volatile e lo si pone in una posizione subordinata rispetto alle scienze dure.

Far passare arte e letteratura come prodotti neutri, privi di una propria valenza specifica, è altamente riduttivo e significa non riconoscerne lo statuto costitutivo di prodotti del pensiero e dell’immaginazione e l’impatto, talvolta eversivo, che parole e immagini possono avere sulle coscienze.

L’essere umano è naturalmente portato a pensare, sognare e fantasticare;  talvolta il sogno e l’idea si incarnano nel racconto, che chiede di essere letto, generando un propagarsi di concezioni e pensieri.

Nel suo romanzo-saggio Leggere Lolita a Teheran, Azar Nafisi afferma la necessità di includere il “diritto all’immaginazione” fra i diritti umani fondamentali. Si può ben comprendere questa asserzione se si considera come il bestseller della Nafisi sia un’analisi di alcune opere cardine della letteratura occidentale, condotta per due anni, dal 1995 al 1997, nel corso di un seminario tenuto nella sua abitazione privata e rivolto a sette studentesse, da che le ingerenze del regime l’avevano indotta ad abbandonare la cattedra universitaria.

I romanzi su cui l’autrice riflette sono scelti per il «potere interpretativo e quasi magico della letteratura» in cui i loro autori credono, e vengono letti alla luce della sua esperienza di donna e insegnante universitaria nella Repubblica islamica dell’Iran.

Ma che legame c’è fra Lolita e la vita in un regime dittatoriale? Nafisi sostiene che il fulcro del romanzo di Nabokov sia l’appropriazione solipsistica con cui Humbert fa di Lolita un prodotto della propria immaginazione, una creatura senza volontà e coscienza, del tutto in balìa del suo carceriere. Lolita è inoltre una vittima a cui è preclusa la possibilità del racconto, l’opportunità di levare la voce per dare la propria versione dei fatti.

Anche in un altro romanzo di Nabokov, Invito a una decapitazione, Nafisi ravvisa dei significativi legami con le proprie teorie sulla letteratura. In questa distopia del regime staliniano, il protagonista, Cincinnatus C., viene incarcerato e condannato a morte perché reo di “turpitudine gnostica”, colpevole quindi di essere opaco in un paese dove tutti i cittadini sono tenuti ad essere trasparenti.

In questo racconto surreale in cui ogni giorno si inscena l’esecuzione del protagonista, in cui il direttore della prigione, il carceriere e l’avvocato si scambiano i ruoli e il boia viene inizialmente presentato come il compagno di cella, Nafisi scorge il carattere mutevole e contraddittorio che la realtà assume in un regime totalitario, per la sfiducia con la quale viene percepita. In questo ristretto universo di macabri rituali, solo l’immaginazione offre la possibilità di accedere ad una libertà priva di limiti e, non a caso, Cincinnatus sceglierà la scrittura come mezzo di evasione verso un altro mondo. Secondo Nafisi, ciò che è più difficile in un regime totalitario è conservare l’individualità, custodire e preservare il mondo interiore senza che venga corrotto e intaccato dal mondo della contingenza. È quindi comprensibile quale sia l’importanza dell’immaginazione, scudo da brandire per ergere un baluardo 

al proprio io.

Riflettendo invece sulla diffidenza con cui si guarda il fare letteratura nella nostra società contemporanea, viziata dal pregiudizio che l’arte non paga, è inevitabile tornare a considerare il valore dell’immaginazione, seppur osservandolo da un’altra angolatura. Pensando alla necessità con cui la letteratura talvolta si impone, chiamando a sé gli scrittori e animandoli del proprio fuoco sacro, si può ricordare l’esperienza di diversi maestri della parola, vissuti nelle epoche e nei contesti sociali più disparati.

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Se si prende in esame la storia letteraria del Novecento italiano, il caso di Goliarda Sapienza è emblematico di questa totale dedizione alla propria opera. Per nove anni, dal 1967 al 1976, Goliarda Sapienza si dedicò alla stesura del suo capolavoro, L’arte della gioia, senza intraprendere nessun’altra attività, rinunciando ad essere scritturata come attrice nelle varie pièce che le venivano proposte, riducendosi in miseria e arrivando a ipotecare mobili e quadri, ciò che le era restato dell’agiata vita borghese trascorsa durante la convivenza con il regista Maselli.

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Nel 1978 il manoscritto iniziò ad essere presentato a diverse case editrici, ma venne rifiutato per ragioni ideologiche, stilistiche e commerciali. Alcune case editrici non erano propense ad ammettere nel loro catalogo la storia di Modesta, un personaggio femminile decisamente controcorrente, di idee socialiste, sessualmente libero; controverso quindi per la morale del tempo, altre invece, come Feltrinelli, ritenevano che un romanzo lungo, di stampo ottocentesco
nella forma, fosse poco affine ai criteri di scelta della redazione, orientata verso la narrativa sperimentale. Si era inoltre restii a scommettere sul successo dell’opera, avendo la Sapienza
pubblicato a quel tempo solo un paio di opere di modesto successo.

Lo stato di indigenza in cui era piombata l’autrice, dovuto in particolare all’indefesso lavorìo con cui si era dedicata al suo romanzo, l’aveva persino indotta a commettere un furto di gioielli ai danni di un’amica aristocratica, a seguito del quale era stata incarcerata. Nonostante ciò possa apparire paradossale, l’esperienza detentiva fu di grande importanza per Goliarda Sapienza.
L’autrice considerava il carcere come un luogo imprescindibile per comprendere appieno il corpo sociale di un Paese, anche alla luce delle esperienze di reclusione dei suoi genitori, l’avvocato socialista Giuseppe Sapienza e la sindacalista Maria Giudice, più volte reclusi per motivi politici durante il regime fascista. Se la detenzione della Sapienza è a primo acchito legata a circostanze meno nobili, bisogna però anche pensare come l’autrice volesse lanciare una provocazione con il suo arresto, ovvero attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla sua condizione di scrittrice indotta a rubare per pubblicare la sua opera. Provocazione di cui si comprendono le ragioni se si considera l’indifferenza dell’editoria italiana per il suo romanzo, e se l’effetto sortito dallo scandalo fu la pubblicazione nel 1983 de L’università di Rebibbia, memoir di quell’esperienza.

La strada per la pubblicazione de L’arte della gioia era però ancora lunga, il romanzo venne dato alle stampe postumo nel 1998, per volere di Angelo Pellegrino, marito di Goliarda Sapienza e revisore dell’opera. Anche questa tiratura limitata passò però sotto silenzio e si dovette aspettare il 2005, e la Francia, perché avesse successo. In Francia ci fu un vero e proprio fiorire di recensioni entusiaste per questo roman maudit, salutato con aggettivi come éblouissant, étonnant, saisissant, tourbillonnant. Finalmente il successo francese portò L’arte della gioia anche all’attenzione dell’editoria italiana; nel 2008 ci fu la pubblicazione presso Einaudi e nel 2009 presso Mondadori.

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Un trionfo postumo quindi per un’opera alla quale Goliarda Sapienza aveva dedicato tutta se stessa, attraversando crisi depressive e cadendo in miseria a causa del suo insuccesso, ma forse essendo inconsciamente consapevole di come l’Italia degli anni ’70 non fosse ancora pronta per un romanzo come il suo. Alla domanda da dove fosse nata l’idea per il personaggio di Modesta, la Sapienza era infatti solita rispondere di essersi ispirata all’affermazione con cui Nabokov sosteneva che con Lolita aveva voluto raccontare una delle tre storie che nessun editore americano avrebbe mai voluto pubblicare. Ciò a dire che l’ispirazione, quando c’è, non è mai frutto di un calcolo predeterminato. Richiede lavoro, fatica, dedizione, può generare frustrazione, ma risulta pressoché impossibile sfuggire alla seduzione del suo richiamo.

15 Novembre 2021 | Carolina Di Gioia

Illustrazione di Giulia Biasini