Quando si arriva?

Quando si arriva?

Elisa Belotti

Illustrato da Luca Negri

Ha nevicato tutta la notte, acqua che scende da strati di nuvole dense e si fa terra. 
Tutto è ricoperto di bianco, soprattutto in montagna. Dopo qualche ora di cielo sereno è il momento ideale per un’escursione. Un paio di messaggi agli amici appassionati di trekking e poi ci si prepara. 
Lo zaino può essere leggero per oggi, perché non serve molto, solo qualche vestito caldo di ricambio, ma dubito che mi spoglierò in mezzo alla neve per indossare una maglietta asciutta. Sono troppo freddolosa. 
Metto l’acqua nel bollitore e la bustina di tè nel thermos, rigorosamente senza zucchero, e riempio lo zaino di barrette energetiche. Queste sicuramente mi serviranno, sarà una camminata faticosa e avrò molta fame una volta in cima alla vetta. Il cellulare squilla di nuovo: tra quindici minuti si parte, è meglio ch’io vada a vestirmi. 
Pantaloni impermeabili, maglia termica, maglietta di cotone, calzettoni di lana, felpa e giacca a vento. Immagino già le risate degli altri, come al solito calorosi anche quando sono circondati da metri di neve.
Dopo mezz’ora di auto – per fortuna le strade sono pulite – arriviamo al punto di partenza. Il cappello calato sulla testa, i capelli raccolti in una treccia stretta, come sempre quando cammino, e si parte. Lungo il primo tratto di sentiero la neve è una poltiglia unica. Acqua mescolata con la terra, un’unione non sempre felice per chi ci cammina sopra. La neve fatica a rimanere soffice e bianca, ma vedremo come sarà sulla cima.

Il sentiero si snoda

per qualche tornante con una pendenza contenuta mentre ai margini si levano alti gli alberi innevati. Al nostro passaggio dai rami cadono grosse gocce d’acqua e la mia treccia è già quasi del tutto zuppa. Alzo il cappuccio della giacca a vento e continuo a camminare, sorridendo all’idea che probabilmente da lontano sembriamo tre puntini colorati che si muovono nel bianco.
Io, vestita di un azzurro brillante, e i miei due compagni di viaggio con la giacca gialla e verde. Man mano che saliamo la neve si fa più coesa. Dagli alberi ne cade sempre meno e il sentiero diventa più bianco che fangoso. La terra è dura, gelata, talmente compatta che i bastoncini non affondano. Tra il bianco persistono alcune chiazze marroni e si intravedono le radici ghiacciate degli alberi. Nonostante tutto quel freddo c’è vita sotto ai nostri piedi. Le impronte che lasciamo rivelano le tracce di una primavera in potenza. Quando tutta questa neve si sarà sciolta, l’erba tornerà a spuntare dalla terra.
nuvole-1
Dopo alcune svolte è ora di mettere i ramponi. I passi sui tratti completamente innevati sono insicuri, all’inizio, ma basta poco per abituarsi a quell’andatura instabile. Il corpo umano è veramente incredibile in quanto a capacità di adattamento. Più si sale e più la neve diventa alta, tanto che in alcuni tratti si affonda fino al ginocchio o all’anca e diventa difficile rialzarsi in quell’elemento così scivoloso. La maggior parte delle volte, però, si resta in superficie. Il fondo del sentiero è compatto e si riesce a camminare senza sprofondare se si fa attenzione. La neve è definitivamente diventata terra, il suolo che accoglie i nostri passi a volte sicuri e a volte incerti.
La salita si fa faticosa. La pendenza richiede molte energie e il passo lento, dovuto alla neve, comporta uno sforzo notevole. I muscoli delle gambe sono tesi e mi aggrappo con forza ai bastoncini che mi aiutano a mantenere l’equilibrio. Il cielo, che fino a poco tempo fa era limpido e azzurro, inizia a confondersi con la distesa di neve. 

 


Arriva la nebbia e presto non sappiamo più con certezza dove siamo né in che direzione siamo diretti. È tutto un unico insieme bianco, in cui la terra e l’aria sono unite dalla somiglianza cromatica. La nebbia porta con sé il vento in una vera e propria tempesta di neve, con le correnti d’aria che ci sferzano il viso e oscurano la vista. La percezione dello spazio attorno a noi cambia, immersi come siamo in questo elemento così inafferrabile ma decisamente presente.

 

 

Ancora una volta cerchiamo un appiglio sotto ai nostri piedi e per orientarci seguiamo le orme di chi ha già percorso il sentiero, probabilmente questa mattina, molto presto. Osserviamo la terra, ne deduciamo i solchi e le impronte, ne leggiamo le tracce. Capita anche di sbagliare strada, seguendo dei segni che poi terminano all’improvviso in un cumulo di neve. Torniamo indietro e proseguiamo in un’altra direzione, sempre avvolti e sospinti dal vento gelido. Dove la neve è più soffice, le correnti riescono a sollevarla, rendendo il cielo ancora più bianco. In questo scenario in cui non si distingue l’aria dal suolo, continuiamo a camminare, la testa abbassata per far fronte al vento e la sciarpa stretta per la temperatura a meno dieci gradi. Un leggero sconforto ci assale: quando si arriva? Il vento impetuoso ci offusca la vista e ci impedisce di guardare in lontananza.

 

Ad un tratto il sentiero si fa più impervio e sembra quasi di vedere un’ombra. Pensiamo che si tratti di una nuvola più scura, che altro può essere in uno scenario come quello? Solo quando siamo a pochi metri di distanza ci accorgiamo di essere arrivati. Davanti a noi non abbiamo un cumulonembo, quello non è il cielo, ma la cima della montagna. Il punto più alto raggiungibile nei paraggi e noi ci siamo sopra. E la chiesa costruita sulla vetta è proprio lì, davanti a noi, si erge dalle rocce che racchiudono millenni di storia e sale verso… be’, in condizioni metereologiche più serene direi il cielo, ma è il bianco la parola più corretta. Bianco in alto, bianco in basso, non si vede altro. Solitamente qui, quando l’aria è limpida, lo sguardo abbraccia l’intero orizzonte. Oggi non si distingue un albero dalla segnaletica, un escursionista dall’altro e a malapena si traccia il confine tra la chiesa e il cielo. Siamo arrivati in vetta e non l’abbiamo vista. Ma alla fine si arriva davvero al termine di un percorso? 

O non è questa la fine del viaggio?

Testo di Elisa Belotti

Illustrazione di Luca Negri

Letto da Lorella de Luca