Tramezzini

Tramezzini

Quel che più ci sta a cuore, come rivista letteraria, è la contaminazione tra le varie arti e altre realtà artistiche, perché l’obiettivo a cui abbiamo sempre teso è la costruzione di una community, di un ambiente fertile in cui poter parlare d’arte e letteratura e continuare a produrne, in un circolo virtuoso che sbugiardi chi ci dice che quel che facciamo non vale niente.

La storia di FUMO si è subito intrecciata alle collaborazioni che abbiamo stretto, e da qualche settimana a questa parte ne stiamo approfondendo una nuova di zecca: dopo Michele Piramide, che abbiamo intervistato qui e per #FUORIFUMO, oggi scopriamo un altro degli scrittori che gravitano intorno a Read(y), il programma di Radio Kaos Italy che si occupa di poesia e letteratura: Stefano Tarquini.

Riporto su il cane che oggi ha cacato come il labrador di Antonino che è cieco, ma per finta. A volte si fa trascinare, a volte lo trascina lui, ma non raccoglie mai la merda, fa finta di non vederla  appunto, e lui ne fa, come gli altri cani, come gli altri umani; e noi stolti che cachiamo per strada  senza sperare in una forza più grande che ci pulisce il culo o ci raccoglie la cacca.  

Rey però, pesa tre chili e non può cacare di certo come un cane di trenta, ma succede a volte e mi  guarda come se non ne volesse sapere nulla del labrador di Antonino che riempie Guidonia di  merda, senza pensare alle signore delle cooperative che puliscono le banche, la stazione, le  assicurazioni. Ed è pure altezzoso, col suo pelo pettinato e regale, sponsor ufficiale della  toelettatura Fidomaniah.

Allora penso alle dimensioni che contano e non contano. Giorgescu dice di si. “Tu piccolo pisello  italiano, ma le femmine ti richiamano, come fai?” Non lo so. Chiedilo a tua madre! Questo l’ho  pensato. A volte cerchiamo di apparire altro persino con noi stessi. E poi oggi è una giornata blu,  non mi va di essere simpatico. Ma neanche antipatico. Introversione di livello.

Primo Campari, enorme come Primo Carnera, da asporto, in un bicchiere di carta minuscolo. Mi  sento perfettamente a mio agio con la comunità romena, al bar in piazzetta che non ha niente di  buono, neanche i tramezzini. Si vede la stazione però. Si vedono arrivare i treni, si vede da dove  

arrivano e dove vanno. Dicotomia: Tivoli, Roma. Chi è nato prima, chi dopo, ognuno rivendica il predominio sull’altro, ma tutte e due hanno una certezza: i panino di Pippo sono i migliori di tutti, e il fatto che i romani che si facciano trenta km per mangiarseli, dice tutto. 

Notifica: Te lo dico subito: se quando scendo dal treno non ci sei, il nostro rapporto finisce alla  stazione di Tivoli. Ho aspettato meno la neve. Ho aspettato meno il diploma. La patente. 

Secondo Campari. Giorgescu è appena tornato da un rinfresco: “Ho fatto mangiare centocinquanta  persone con ste mani!” Oggi Giorgescu ha solo due mani, come del resto noi altri, senza destare  sospetti, senza bisogno di applausi, mi fa vedere le foto.  

Belle, vassoi di bresaola e rucola bellissimi, coloratissimi, quasi finti, i rustici anni ottanta, gli  spiedini, mozzarelle improbabili e pachino orribili, insapore, immagino tutto quanto. Un buffet  glorioso. Una musica di merda, tipo Umberto Tozzi. Pupo.

“Cantaci qualcosa Ciccio”. Dai non rompe', lo sai che me vergogno. L’ho detto? L’ho pensato? “Ah, te vergogni? Come, sul palco ce canti e con noi no? Razzista”.

Arriva il mio treno. “Ciao ragazzi  buona serata”. 

Mi ficco sul treno al binario tre, il più lontano. Vetri puliti. Sedili puliti. Il bagno è aperto, qualcuno ci  si nasconde per non pagare il biglietto. Sto in perfetta forma. Entro in un vagone vuoto. Penso.  Penso a dove sto andando, al perché. Cerco ristoro, conforto. Due occhi belli e quattro  chiacchiere. Stop. Il treno però non parte. Guardo fuori. Il treno per Roma arriva sul binario  centrale, il due. Penso, adesso parte. Col cazzo. 

Parte il treno per Roma che libera la visuale sul primo binario dove c’è il mio di treno. Che parte.  Direzione Tivoli. “Scusa ma dove va sto treno?” Roma tiburtina. E quando lo dite? Quando cazzo  lo dite. Quand’è che mi dite qual è la direzione giusta. Pensieri. 

Ma va bene così tanto la vita mia è tutta così, a sbagliare sono capace da solo, come adesso che  devo scendere al volo, che sto al diciannove percento di batteria. “Ho sbagliato treno, lo so è  imperdonabile.” Proiezioni. Prendo il prossimo, fra un’ora sto su, torno al bar. “Ma dai, non fa  niente, ti raggiungo io.”

Terzo Campari. Eros raccoglie tutta la sua partita giornaliera di uova superfresche in una scatola di  polistirolo, tipo quelle per le mozzarelle di bufala. Compro dodici uova bianchissime.  

“Allora questa ve la devo raccontare: stamattina mio suocero è finito sotto al trattore di Aldino,  sfrenato”. “Cazzo è morto?” “Macché. Infortunio sul lavoro”. “Perché, lavora? All’età sua?” “A Ci,  quello lavorerà sempre.” Stocazzo. Comunque apprezzo sempre l’audacia di chi vuole vendere  uova agli alcolizzati. Uova fresche a tossici, che hanno rimediato pochi spicci e se li vogliono bere. Punto. Sfrontato. Forse stupido. Fatto sta che io me lo sono comprate.

Quarto Campari. Alicia mi guarda come si guarda un cadavere, o una partita di salmoni appena rubati. “Sergio e Rosanna si stanno sposando.” Fermiamoli, penso. E certo, tu non riesci a prende un treno per Tivoli, dovremmo prende il primo volo per Roncisvalle? L’unica compagnia aerea che fa la tratta si chiama Fox Airlines Ultra, talmente low cost che arrivati all’aeroporto devi cominciare a pregare solo per trovare il gate giusto, sai quelli nascosti, quelli colle lettere strane, ad esempio il Gate per Roncisvalle sarebbe stato sicuramente la P che non funziona su sta tastiera. La lettera P.  Pastiera, perorare una causa, parecchio, apparecchio; ci vuole talmente troppo a scriverli che uno si fa un caffè, non perora causa, non apparecchia né sparecchia tavoli.

Campari cinque. Il parchetto di Casacalda è sempre lì. Nessuno taglia l’erba. Nessuno raccoglie le  bottiglie di birra vuote. Se non Amerigo che si presenta ogni domenica mattina all’alba e in cambio  di due pacchetti di Marlboro rosse, svuota i secchi, pulisce i tavolini. 

Bernardino ha fatto la dieta a tutto il bar. Nessuno dimagrisce e nessuno ingrassa. Quindi va bene  così, a parte che si presenta con una tuta della Lazio, e un cane talmente piccolo e caca cazzi che  non fa altro che alzare polvere. Lo uccido. Uccido lui o il cane. Scegli, ma come fai a scegliere, che  

l’unica cosa che ci hanno insegnato a fare è comprare, recensire, followare, mettere like. Loro  scelgono, noi aderiamo. Quindi io non uccido e mangio la polvere. Notifica: “Condoglianze Amedè,  mi dispiace per tuo padre.” Grazie. 

Campari sei. Alicia compra un tramezzino tonno e pomodoro. Il tonno è grigio, lo mangio io. Sarà  una specie di tonno avariata di suo, sai la razza dei nati vecchi, anzianotti, tonni semi vivi o semi  morti, semi cattivi o semi buoni, tonni da purgatorio, tonni da tramezzino. I tonni grigi che fanno  tanto saggezza. Viriamo su uno salame piccante e frittata. Salame pure pure, frittata rimandata a  settembre. Intanto Giulio sta parlando di Tennis. Uno sport per checche. 

Alicia va a prendere il settimo Campari, insieme a tabacco e cartine, l’accendino lo scroccherà.  Come si fa a prendere il lettore per la canna? Come si fa a strappargli l’intestino con le parole. Te  lo spiega Eros che ha occupato un pezzo di terra dell’aeroporto militare per coltivare fave. “L’altro  pomeriggio so arrivate le guardie insospettite a caccia di assembramenti. Una volta ci dovevamo  nascondere per farci le canne, oggi solo per incontrarci. Nasconderci per nasconderci, dobbiamo  aver paura di ritrovarci, di stare vicini, di un abbraccio.” 

Notifica: Tu Cita, io Tarzan. Ma come? Potevi essere Jane. Hai perso l’occasione di essere Jane.  Si te lo dico io, l’hai persa, come hai perso un accendino, come hai perso un bambino.  

Come ho perso il treno due ore fa. Come il Fox che ha perso un orecchio in Vietnam perché era  finito in un brutto giro. Come Gianni che ha sempre messo prima la cocaina che la sorca. 

Come Daniela che ha perso i capelli in un sacchetto per l’indifferenziata. Come Marina che si è  separata e ha perso due cellulari in un mese. Come me che penso che scrivere non mi porterà a  niente, anzi si. Mi porterà all’ottavo Campari. 

Connessioni sbagliate. Diventi triste quando bevi lo sai? Io? Si tu. Io ti abbraccio, tu piangi. Io ti  bacio, tu piangi. Che poi le lacrime ti cascano dagli occhi in modo assurdo, si lanciano nel vuoto tipo tsunami verticale. Non hai un pianto regolare. Ma poco male. Sei bella quando piangi. A parte  il cappello rosso. Quello non te lo perdono. Buttalo fa cacare. 

Campari nove. “Cos’hai contro il mio cappello da latinista? Cos ne vuoi sapere tu di cappelli! Oggi  ho spiegato l’Emilia Romagna, ovviamente in bolognese, con la prima E apertissima. Che fa urto.  Che dà fastidio.” Notifica: Proprio come il tuo cappello allora!  

Te lo scrivo al cellulare, anche se sei davanti a me schiacciando ripetutamente l’emoticon risata  tipo alfabeto morse. Leggi. Sorridi. Connessioni private in situazioni pubbliche. Ma te ne freghi, perché di cappelli ne hai anche uno nero. Te lo butterò dallo Sterparo, dal Gennaro, dal Morra. Se  lo mangeranno le vacche, sappilo. A costo di cacarci dentro io. O il cane di Antonino. 

Campari dieci. Il Bullo fa il dog sitter per il Terra. Gli porta al parco il cane per due Tennent’s. Dieci  Campari come i dieci comandamenti. Come la Findomestic che tiene il lettore in canna meglio di  Rimbaud, di Sartre, di Pasternak, di me.  

Ho avuto il piacere di finire in questa cosa, in questo racconto assurdo di com’è assurda la nostra  vita, la nostra cittadina fogna, il nostro lavoro. Pensa che ho dovuto accompagnare un bambino a  casa ieri. Tra l‘altro una cosa illegale, ma che dovevo fa? Quei fattoni dei genitori se lo so  dimenticato a scuola. Notifica: Quindi fai la maestra? Notifica: Te lo sto dicendo da quattro Campari fa! 

Rido. Rido per le scoregge. Rido per le bestemmie. Rido quando penso alla parola ricchione. E’  sbagliato, come sono sbagliato io. Che c’ho na Clio verde Veronese, col cofano chiuso con due  tiranti. Co gli spruzzini sempre vuoti. Ma metto sempre l’antigelo, anche se fa caldo. Anche se non  dimentico più Sofia in macchina sotto il sole di Agosto. Non la dimentico in pescheria. Al Duty Free  dei voli internazionali. Di fronte le pagnotte fumanti del lunedì mattina quando la porto a scuola a  piedi. La pizza rossa del martedì se entra a seconda ora e mi dimentico di giustificarla. Vecchie  glorie, noi che non avevamo neanche uno zaino dove mettere le matite. E questo è tutto. È tutto  sbagliato? Notifica: Sicuramente.

Alicia mi lascia sotto casa come si fa con i sogni infranti. La sera arriva con calma, il buio si fa  attendere. Devo ripassare la cicoria e scaldare lo spezzatino di ieri. La cena è pronta. Non ci sono  regole. Solo ridondanze. E flussi.

18 marzo 2022 | Irina Bordogna